Il territorio di Fumane, per il suo ampio profilo altimetrico, ha un’ampia varietà di paesaggi: sulle colline alle spalle del paese si trovano essenze tipiche del Mediterraneo, come il leccio e la fillirea, mentre, risalendo i pendii, si incontrano gli ambienti più familiari della roverella e del castagno, per arrivare, in alcuni pendii più a monte alla faggeta alpina. Questi ambienti sono stati in gran parte modificati dalla millenaria e intensiva presenza dell’uomo che vi ha inserito le sue attività agricole: oggi vediamo infatti soprattutto vigneti, ciliegeti e uliveti, ma in passato si trattava soprattutto di agricoltura di sopravvivenza, incentrata sui cereali, frumento e mais. Per mettere a coltura i terreni in pendio si è reso necessario terrazzare le colline con poderosi muri a secco, detti marogne, veri capolavori dell’architettura rurale che caratterizzano in modo inconfondibile il paesaggio dell’intera Valpolicella. Percorrendo a piedi i viottoli delle campagne si possono notare altri segni del paesaggi rurale: croci di pietra ed edicole sacre ai crocicchi, fontane e serbatoi di pietra, per raccogliere l’acqua, rustici e fienili, alberi, quali olmi, aceri e frassini, lungo i filari di viti, dove un tempo erano utilizzati come sostegni vivi.
Nella zona montana per secoli e secoli il bosco è stato tagliato per ricavare legna da ardere e legname da opera, ma soprattutto per trasformarlo in campi coltivati a cereali, ridotti più tardi a prati e pascoli, in cui sopravvivono ancora molti dei numerosi alberi da frutto, come meli e peri. In tempi più recenti l’eccessivo disboscamento è stato in molte aree recuperato con l’impianto di vaste pinete di conifere.
Un’immersione nella natura, con il bosco ceduo che forma lungo i torrenti delle vere e proprie gallerie, le grandi cascate e la flora spontanea del sottobosco, è facilmente ritrovabile nel Parco delle Cascate di Molina.
In prossimità di Molina, il magnifico villaggio di pietra posto sul fianco destro dell’alta valle di Fumane, si apre a ventaglio la più profonda delle numerose vallate della Lessinia, in cui fra ripidi versanti boscosi e vertiginose pareti di roccia, i torrenti hanno formato una decina di imponenti cascate. Per valorizzare adeguatamente un simile tesoro naturalistico, è stato creato il Parco delle Cascate, che fa parte del Parco Regionale della Lessinia ed è raggiungibile a piedi da Molina in un quarto d’ora. Esso copre un’area di 150 mila metri quadrati, ed è un susseguirsi di torrenti, cascate, laghetti, balconi di roccia e perfino grandiose caverne dette coaloni: il tutto facilmente visitabile e godibile attraverso i comodi sentieri del Parco appositamente attrezzati, con panchine, aree picnic, fonti d’acqua potabile. Dall’ingresso si raggiunge una delle più affascinanti cascate, isolata in fondo a un prato, e si scende poi lungo il pendio toccando alcuni edifici in pietra, antichi mulini oggi in disuso. Arrivati sulla sponda del torrente principale si risale con un percorso serpeggiante che presenta alcuni suggestivi punti panoramici sulla valle e sulle cascate più spettacolari. Di particolare interesse la flora spontanea del sottobosco per lo spettacolo indimenticabile offerto dalle fioriture primaverili e per la presenza a pochi metri di distanza di specie tipiche del clima mediterraneo, soprattutto ai piedi dei costoni di roccia esposti a sud, e di specie proprie del clima alpine nelle zone più ombrose delle valli.
Nel centro di Molina è stato realizzato il Museo Botanico che può offrire un’occasione per fissare e approfondire l’ambiente naturale ‘vissuto’ e osservato dal vero nel Parco: un erbario con oltre 300 specie vegetali, provenienti soprattutto dal Parco ma anche da altre aree della Lessinia, una sezione dedicata ai fiori rari e una ai funghi e alcuni pannelli illustrativi, permettono di cogliere in ogni stagione gli aspetti più significativi della natura del Parco.
A valle del Parco delle cascate il torrente dei Progni prosegue la sua corsa, in un’area di estremo interesse paesaggistico inserita anch’essa nel Parco Regionale della Lessinia, fra ripide pareti, con marmitte, cascate e laghetti, dove scorazzano le trote, e suggestivi scorci che si possono godere con un percorso a piedi agevole, ma che richiede una certa dose di attenzione, su sentiero segnato dal CAI e che parte dalla località Molin de Cao.
Dalla stessa località di Molin de Cao si prende in direzione est il sentiero che attraversa il torrente e risale la Val Sorda percorsa dal Rio Mondrago, in un ambiente di rara bellezza sia per la vegetazione, sia per il caratteristico ambiente rupestre con forre e grotte, pareti a picco e cascate. Il sentiero, che pure richiede la dovuta attenzione, raggiunge al termine della valle la località Mondrago da cui con un percorso tracciato si raggiunge il paese di Cerna e di qui si può ridiscendere verso la valle dei Progni e tornare quindi a Molin de Cao.
Il profilo del monte Pastello appare inconfondibile da tutta la pianura e la montagna veronese per le grandi macchie rosse aperte delle cave di marmo sul fianco orientale. Ma l’interesse del monte Pastello è soprattutto naturalistico per la presenza di alcune specie floristiche endemiche e per la grande varietà di orchidee, farfalle ed insetti, oggetto di studi e ricerche da parte di appassionati studiosi di mezza Europa. La cima, da cui si gode un grandioso panorama dagli Appennini alle Alpi, dal Lago di Garda ai Colli Euganei, è raggiungibile attraverso uno dei numerosi sentieri, accuratamente tracciati e segnati, che salgono da Monte lungo la cresta meridionale o da Dolcé in Valdadige o da nord da Breonio, magari lungo il monte Crocetta e il monte Castelletto che prolungano verso nord la dorsale del Monte Pastello
La parte settentrionale del comune di Fumane è inserita nell’altopiano dei Monti Lessini, che prosegue oltre il confine comunale verso nord e verso est con un paesaggio dolcemente ondulato, ma interrotto ogni tanto da profonde forre dei torrenti che scendono a valle verso l’Adige, con ampie distese di prati e pascoli a cui si alternano, sui pendii più ripidi e più umidi, maestosi boschi di faggi e di conifere. Anche qui sono ben visibili le ferite delle cave di pietra a lastre e di marmo rosso: oggi anche il materiale di scarto viene richiesto e trasportato in pianura per essere utilizzato come sottofondo stradale.
Dalle cave di pietra provengono i più interessanti fossili raccolti nel Museo Paleontologico e Preistorico di Sant’Anna d’Alfaedo: si tratta di scheletri di animali di grossa taglia come tartarughe giganti e squali vissuti più di 70 milioni di anni fa, scheletri che si sono deposti sul fondo marino, il quale nel corso delle varie ere si è compattato e poi sollevato fino a queste quote di circa 1000 metri slm.
Tutto l’altopiano del monte Loffa, in prossimità di Sant’Anna d’Alfaedo, è stato per anni scavato e sul posto sono ancora numerosi i laboratori per la lavorazione delle lastre di pietra. Nelle vicinanze si trovava, poco più di duemila anni fa, uno dei villaggi più importanti dell’Età del Ferro.
Fino a metà del secolo scorso le lastre di pietra venivano scavate in galleria: nei dintorni di Prun rimangono bene in vista, e in attesa di essere adattati a museo, delle monumentali cave di pietra, una specie di città sotterranea scavata nella roccia con gallerie ampie e volte sostenute da colonne naturali.
Questa a rea della Lessinia occidentale è dominata dall’inconfondibile profilo del monte Corno d’Aquilio, affiancato dal più rotondeggiante Corno Mozzo, dalle cui sommità si può godere di un grandioso panorama. In prossimità della cima del Corno d’Aquilio si trova uno dei più profondi abissi naturali al mondo è la Spluga della Preta, raggiungibile agevolmente dalla strada comunale che si diparte da Fosse. Raggiunge i 1000 metri di profondità, con vari pozzi e un vasto reticolo di cunicoli.
Una speciale segnalazione merita il Ponte di Veja, nel comune di Sant’Anna d’Alfaedo, uno dei più importanti monumenti naturali d’Italia. Il ponte di Veja è un arco naturale, dallo spessore di 9 metri e con un’arcata di 20 metri di altezza e 50 di larghezza, sospeso sopra l’omonimo vajo affluente della Marciora, che scende nella Valpantena. Esso rientra nel Parco Naturale Regionale ed è raggiungibile deviando dalla strada provinciale dell’Aquilio in corrispondenza di Corrubio o di Croce dello Schioppo. Il Ponte di Veja, con la maestosità, sembra aver ispirato perfino Dante e Mantegna. Un tempo il ponte era la parte frontale del soffitto, poi crollato di un’immensa caverna abitata dai nostri progenitori fin da 100 mila anni fa: interessanti i reperti archeologici rinvenuti sia nella caverne laterali, sia sotto i grossi massi di crollo al centro della scarpata. Nei suoi dintorni, inoltre, sono state trovate tracce abbondanti di officine litiche, cioè luoghi dove si lavorava la selce, una pietra vetrosa utilizzata in epoca preistorica per costruire vari arnesi da taglio, in epoche a noi più vicine per realizzare acciarini per i fucili.
Molti sono stati i ritrovamenti, soprattutto nella zona alta, di insediamenti e di materiali preistorici, lungo campagne di scavo iniziate ancora nella seconda metà dell’800. Si tratta di villaggi d’altura, come Sottosengia o in grotta, come Scalucce o Grotta di Fumane, o di tombe come a Casarole o Casterna. Ma le ricerche archeologiche nel territorio di Fumane sono state, circa un secolo fa, al centro dell’attenzione degli archeologi di mezza Europa, con l’episodio delle selci false di Breonio: durante gli scavi si cominciarono a trovare interrati manufatti di selce dalle fogge più strane, come pettini, croci, ecc. Solo molti anni più tardi, in cui si accesero dispute infuocate fra studiosi di diverse nazionalità, si scoprì la verità: alcuni abitanti di queste zone, per continuare ad essere chiamati a collaborare agli scavi, interravano durante la cattiva stagione, delle selci lavorate da loro, per rendere più interessante lo scavo alla ripresa dei lavori nella bella stagione.
Gli scavi archeologici, allora come oggi, una volta completati, vengono interrati e non sono visitabili. Solo uno, il più importante e ancora in corso di scavo, è aperto su prenotazione ed è stato adattato a museo: la Grotta di Fumane.
La Grotta di Fumane si trova sul versante settentrionale di una piccola valle appena sopra la località Ca’ Gottolo, lungo la vecchia strada che va dal capoluogo alla frazione Molina. Fu scoperta nel 1962 da Giovanni Solinas, ma scavi sistematici vengono effettuati dal 1988 ad oggi dall’Università di Ferrara e hanno permesso di individuare una lunga serie di livelli stratigrafici, per un’altezza di quasi 10 metri, che testimoniano la presenza ininterrotta dell’Uomo di Neandertal e poi dell’Homo sapiens sapiens da circa 80 mila a 25 mila anni fa. Alcuni strati sono costituiti dal deposito di materiale staccato dalla volta della grotta o trasportato qui per cause naturali, come vento, inondazioni, smottamenti, ecc., altri rivelano la presenza dell’uomo, con resti di pasto, soprattutto ossa frantumate per succhiarne il midollo, focolari, e una serie di conchiglie marine forate per farne collane. Lo studio molto accurato di questi materiali, ma anche dei pollini, ha permesso di scoprire una quantità immensa di informazioni sia sull’ambiente, sia sulle abitudini di vita degli uomini di allora, piccoli gruppi di cacciatori, che in un clima glaciale, si spostavano per seguire le migrazioni delle mandrie di animali di grossa taglia.
La Grotta di Fumane è perciò conosciuta come uno dei più importanti insediamenti della preistoria antica.
Il ritrovamento più significativo è rappresentato da alcune pietre, probabilmente della volta della grotta, dipinte con ocra rossa, che sono la più antica testimonianza di pittura: fra esse si riconoscono le figure di un uomo con copricapo e bastone, lo “sciamano”, e una animale, un mustelide.
La grotta, situata all’interno del Parco Naturale Regionale della Lessinia in area di riserva ad indirizzo didattico, è ora fruibile dai visitatori del Parco della Lessinia attraverso un suggestivo percorso di musealizzazione, realizzato grazie al contributo della Fondazione Cariverona, che consente di osservare la morfologia della cavità, esaminare le sezioni stratigrafiche e le strutture paleolitiche conservate sul posto, ripercorrendo i passi dei Neandertaliani e dello “sciamano” di Fumane.